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Anziani e Covid-19: chi ha pagato il prezzo più alto

Anziani e Covid-19: chi ha pagato il prezzo più alto

La pandemia da Covid-19 è stata un evento drammatico, una vera tempesta in cui tutti ci siamo trovati a dovere navigare, ma anche se la tempesta è stata la stessa non tutti siamo stati sulla stessa barca. Qualcuno ha potuto navigare meglio di altri.

Ora che l’ondata peggiore sembra essere passata, può essere fatta la valutazione di cosa è successo e a chi. Anche se la metà degli oltre 244.000 casi confermati è sotto i 61 anni di età, le vittime di Covid-19 sono state soprattutto le persone anziane.

Sul sito Epicentro dell’Istituto Superiore di Sanità vengono aggiornati i dati sui decessi della pandemia e si osserva un aumento della letalità con l’aumentare dell’età dei pazienti. La letalità è più elevata in soggetti di sesso maschile in tutte le fasce di età. I dati al 9 luglio 2020 ci dicono che l’età media dei 34.026 pazienti deceduti per Covid è di 80 anni. Sotto i 50 anni i morti sono l’1%, dai 50 ai 60 il 3%. Gli anziani hanno quindi pagato il prezzo più alto alla pandemia.

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Ma quante medicine per le persone anziane!

Ma quante medicine per le persone anziane!

Il 25% delle persone sopra i 65 anni di età ha più di una malattia cronica e la proporzione aumenta con l’età ed è quasi il 40% dopo gli 85 anni. Le persone sopra gli 85 anni prendono in media più di 7 diversi farmaci. Ricordarsi di prendere i farmaci in modo corretto può essere un problema.

In Italia, le persone con più di 64 anni di età, costituiscono circa il 21% della popolazione, ma questa proporzione è destinata a crescere e si stima che fra 20 anni arriverà a più del 30%. Il nostro Servizio Sanitario ha permesso a tutti gli italiani ad accedere alle cure e certamente ha contribuito all’allungamento della vita. Il rovescio della medaglia è che vivendo più a lungo ogni persona ha più probabilità di sviluppare malattie anche croniche ed anche più di una contemporaneamente. Infatti 1 anziano su 4 riferisce di avere più di una malattia e la frequenza aumenta al crescere dell’età: è il 19% delle persone fra 65 e 74 anni, ma raddoppia dopo gli 85 anni; è più frequente fra gli uomini (27%) rispetto alle donne (24%).

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Isolamento e tecnologia

Isolamento e tecnologia

Il 21% delle persone anziane vive sempre in isolamento sociale. Usiamo l’esperienza del lock-down per rispondere alle loro esigenze.

Durante il periodo di isolamento generalizzato per la pandemia di Covid-19, definito come lock-down, tutti hanno sperimentato, chi più chi meno l’assenza della socialità, della possibilità di incontrare anche fisicamente le persone care, gli amici, tutti quelli con cui siamo abituati a condividere gran parte del nostro tempo.

Le persone che ancora sono lavorativamente attive sono, per la maggior parte, state costrette a passare allo smart-working ossia il lavoro da casa con contatti virtuali e con grande uso della tecnologia.  Riunioni tramite internet, messaggi su telefoni hanno permesso di continuare ad essere operativi a distanza.
Anche in ambito familiare si sono organizzate “chat” di famiglia, incontri della domenica, feste di compleanno, tutto su sistemi via web.

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I social efficaci contro la depressione

I social efficaci contro la depressione

L’utilizzo dei social network in alcuni casi può giovare alle persone avanti con gli anni perchè aiuta a combattere la depressione.

Se l’utilizzo continuo dei social può provocare alienazione nei giovani, in alcune persone, specialmente le più anziane, invece può generare un beneficio in termini di salute psicologica.

In special modo, le persone affette da patologie invalidanti che non hanno possibilità di muoversi da casa, utilizzare i social può essere utile contro il rischio di depressione. La mancanza di contatti esterni con altre persone a causa della patologia può essere compensata attraverso l’attività sui social come Facebook.

Lo studio è stato condotto dai ricercatori dell’Università del Michigan ed è stato pubblicato sul Journals of Gerontology, Series B. Gli over 65 che convivono con dolore cronico sono molto restii alla partecipazione sociale, che ha invece effetti positivi sul benessere emotivo.

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Il caregiving: è la donna che lo pratica maggiormente in Italia

Il caregiving: è la donna che lo pratica maggiormente in Italia

Secondo il Libro Bianco dell’Osservatorio Nazionale sulla Salute della Donna, l’86% delle donne italiane assiste uno o più familiari indigenti.
Ogni due anni viene pubblicato il Libro Bianco dell’Osservatorio Nazionale sulla Salute della Donna con l’obiettivo di fare il punto della situazione sulla salute della popolazione femminile. Quest’anno per la pubblicazione della sesta edizione del volume è stato trattato il tema del caregiving per il suo impatto sulla salute, sulla qualità della vita e per il suo valore sociale.
Il caregiving è il lavoro di cura e assistenza verso le persone non autosufficienti fatto da persone a titolo volontario. Dallo studio è emerso che sono le donne ad occuparsi in misura maggiore dei loro familiari non più autosufficienti. Un numero consistente di donne si occupa di curare non solo i genitori ma anche partner e figli: si parla di una percentuale vicina all’86%.
Un ruolo, quello del caregiver, difficile da affrontare in quanto porta con se un carico di stress ed emozioni contrastanti che influisce molto sulla salute e la qualità di vita della donna.

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Aumento attacchi di cuore tra le donne under 54

Aumento attacchi di cuore tra le donne under 54

Gli attacchi di cuore non sono più appannaggio delle persone di età avanzata ma colpiscono sempre più spesso le donne sotto i 55 anni.

Secondo una recente ricerca della School of Medicine della Carolina del Nord, gli attacchi di cuore sono in costante crescita specialmente tra le donne giovani. La ricerca, pubblicata sulla rivista Circulation e presentata all’American Heart Association di Chicago, si riferisce ad un campione di 29 mila persone tra i 35 e 74 anni che hanno subito un infarto in un periodo di tempo che va dal 1995 al 2014.

Durante il periodo preso in esame è stato evidenziato che le persone che hanno subito un infarto del miocardo acuto sono principalmente giovani. In particolare, sono le donne sotto i 54 anni a subire attacchi di cuore in misura maggiore degli uomini. Dal 1995 al 2014 si è passato da una percentuale del 27% ad una del 32%.

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